martedì 5 luglio 2011

Casse acustiche Infinity Prelude 40

Buongiorno a tutti,
questo il testo della recensione delle casse acustiche in oggetto che non fu poi pubblicata perché nel frattempo il prodotto venne - purtroppo, aggiungo io - tolto dal mercato. Il prodotto rimane però parecchio interessante e laddove lo si trovasse usato ad un prezzo congruo, l'acquisto varrebbe d'esser considerato.
Buona giornata
Domenico

INFINITY PRELUDE 40


Distributore per l’Italia: http://www.kenwood.it/
Costo: 3.990 € cadauna
Infinity ritorna nel mondo dell’hi-end, dopo una parentesi piuttosto lunga.
Un rientro dalla porta principale, perché - sia detto subito – le Prelude 40 non sono affatto un prodotto banale, fatto così, “tanto per ricordare che ci siamo”. Il numero 40 sta ad indicare gli anni di attività di Infinity, ovvero da quando quel Servo Static comparve ed iniziò ad instillare nel mondo audio l’idea che un nuovo grande marchio fosse nato. Da lì fu poi tutta una serie di prodotti rimasti nella memoria collettiva come i Quantum Line Source, i Quantum Reference (con quella strana anta orientabile), le varie IRS Beta, Gamma ecc, fino ai modelli più recenti.


Oggi gli EMIT e gli EMIM non ci sono più. Al posto dell’EMIT sulla Prelude 40 c’è un tweeter a cupola ceramica da 2,5 cm dal suono esteso, molto preciso e dettagliato, caricato da una piccola tromba e con due fili metallici che dovrebbero avere funzione di protezione dell’altoparlante. Gli EMIM sono sostituiti dai nuovi altoparlanti piani, a lamina metallica e con un sistema di sospensione molto morbido a nome MRS™ (cioè Maximum Radiating Surface Transducers) che dovrebbero sommare i vantaggi del sistema planare con quello di un normale altoparlante dinamico. Questi mid-range, in ceramica e metallo e sottoposti a brevetto a nome CMMD™ (Ceramic Metal Matrix Diaphragms), sono in numero di quattro per ogni pannello, due per le frequenze medio basse e due per le frequenze medie. Il sistema di altoparlanti è poi completato dai due woofer laterali, da 20 cm di diametro e con membrana ceramico-metallica, montati disassati l’uno rispetto all’altro così da evitare interazioni e con un accordo reflex che esce posteriormente.
Completano il mobile la morsettiera per il bi-wiring e una targhetta commemorativa per i 40 anni di attività, nonché le “zampe” metalliche che fuoriscono dalla parte inferiore del mobile, dandogli stabilità ed alla quale sono avvitate le punte per la messa in piano del mobile. Il mobile presenta parecchi punti di rinforzo al suo interno e i quattro mid-range sono montati ognuno in una propria camera separata ad evitare interferenze tra gli altoparlanti.
L’estetica del mobile è piacevole, con quello slancio in altezza (145 cm) ed uno sviluppo frontale minimo (meno di 18 cm); la profondità è di tutto rispetto nella zona dei woofer (47 cm). Le caratteristiche dichiarate dalla casa parlano di una risposta in frequenza da 42 a 40.000 più o meno 3 db con una sensibilità di 85 db e una tenuta in potenza di 250 W. La sensibilità dichiarata mi è parsa un po’ pessimistica; pari a quella delle mie Magneplanar – o giù di lì – ma in realtà le Infinity sembrano dare qualcosa di più a parità di amplificazione.
Non resta che da segnalare che tutti gli altoparlanti sono ovviamente schermati, così da evitare problemi di interferenze in sistemi audio/video.
Il problema maggiore nell’uso di questi altoparlanti è l’ottimizzazione della restituzione della gamma bassa. I due woofer laterali possono ingenerano qualche risonanza indesiderata, qualche rigonfiamento, se non si rispettano alcune piccole regole. Prima di tutto è opportuno tenere le casse acustiche parallele tra loro e leggermente meno distanti di quanto l’ideale triangolo equilatero suggerirebbe. Diciamo che se le ascoltate a 3 mt di distanza, è meglio che stiate intorno ai 2,20/2,50 m. massimi; altrimenti la scena tende a spostarsi negli altoparlanti e sarebbe un vero peccato. Poi, è meglio che siano ad almeno un metro dalla parete di fondo, così da non avere problemi con l’emissione del reflex; altrettanta dovrebbe essere la distanza dalla parete laterale. Infatti, è proprio l’interazione con la parete laterale che può creare problemi; il produttore parla di una distanza minima di 70 cm ma io consiglierei di non stare sotto il metro. I vari spostamenti effettuati nella mia sala d’ascolto – ne porto ancora i segni, sotto forma di stimmate ai piedi provocate dalle punte – mi hanno confermato che l’interazione con la parete posteriore ed il reflex è meno problematica di quella con la parete laterale. Nella posizione canonica, ai lati delle elettroniche, la situazione era “tollerabile”; con le casse spostate sul lato lungo qualcosa migliorata, ma la poca distanza disponibile tra il retro delle casse acustiche e la parete posteriore provocata comunque qualche problema. La soluzione migliore è stata con le casse acustiche spostate ove solitamente ascolto, cosicché una cassa avesse un metro e venti centimetri d’aria da un lato e una distanza di poco maggiore dall’altro.
Trovata comunque la posizione acconcia e la distanza congrua tra gli altoparlanti in relazione al punto di ascolto, ci si ritrova davanti al suono Infinity; ma non quello delle vecchie Quantum, quanto più quello delle Epsilon e di altri modelli più recenti, con qualche rifinitura in più.
La gamma acuta ha una estensione apparentemente infinita (appunto!), senza nessuna caratterizzazione fastidiosa, mai neppur lontanamente pungente. La gamma media è di rara pulizia. La gamma bassa è corretta – anche se non estesissima e benché a volte tenda comunque ad enfatizzare alcune frequenze - e tutta la riproduzione di queste Infinity Prelude 40 rimanda ad un concetto di mancanza di caratterizzazioni che lascia piacevolmente sorpresi. Sono dei diffusori parecchio trasparenti, anche in quella porzione bassa che inizialmente può lasciare perplessi ma che in realtà, una volta trovata una buona collocazione, modifica il suo comportamento così da rendere giustizia al lavoro di chi ha fatto la registrazione.
Il suono non appare mai esangue, ma sprigiona una buona sensazione di energia; a parte la porzione più bassa di frequenze, la prima ottava, non si notano carenze di sorta. La forma del mobile, poi, con il baffle tanto stretto quanto alto sembra aiutare a restituire una scena ampia, profonda e alta, ben svincolata dagli altoparlanti (me n’ero già accorto lo scorso anno a Zagabria, meno allo scorso Milano hi-end). L’ascolto di alcuni dischi di cui già ho parlato, come il Vespro della Beata Vergine o il Venitian Vespers hanno un trattamento di livello eccellente; non si rimpiange la dimensione dello stage che restituiscono i Magneplanar, ma si ottiene maggior precisione nella focalizzazione che pur lontana dall’essere puntiforme, porta ad avere una sensazione di maggior concretezza. Gli strumenti escono tutti naturali, con la giusta energia in alto ed in basso e con – ove richiesto – una buona sensazione di fisicità del suono. Ascoltare brani in cui sono presenti assolo di batteria – A Night in Tunisia di Art Blakey su Philips ad incisione diretta o My Funny Valentine del Manhattan Jazz Quintett – rende evidente quanto veloce eppure potente sia la batteria in tutti i suoi tamburi sino alla grancassa. I 100 watt per canale dello Spectral potevano sembrare pochi, ma qui torna il discorso fatto all’inizio relativamente all’efficienza del sistema e di fatto quella potenza è risultata sufficiente per raggiungere volumi difficilmente sopportabili a lungo; certo, il problema è che il suono parco di colorazioni delle Prelude 40 invita ad alzare continuamente il volume, ma ci sono regole di buon vicinato che mi hanno imposto di non portare a “fondo corsa” l’amplificatore. Peraltro il suono, anche ad alti livelli, mantiene una totale assenza di affaticamento.
La scelta di utilizzare due piccoli woofer con membrana metallica, caricati in reflex, si rivela poi azzeccata perché la velocità della parte bassa non è poi troppo distante dalla velocità degli altri altoparlanti, non dando la sensazione di lentezza che spesso si avverte in sistemi caratterizzati da altoparlanti molto veloci per le frequenze medie e acute. Anzi, malgrado siano dei quattro vie, direi che sono comunque parecchio coerenti.
L’ascolto della Pastorale di Beethoven nell’esecuzione a suo tempo molto discussa di Hogwood restituisce dei timbri naturali, finalmente senza eccessive caratterizzazioni degli strumenti antichi che nella realtà non sono poi così aperti in alto: la scena del temporale ha una spinta dinamica di grande rilievo con una sensazione di coinvolgimento emotivo piuttosto evidente. Il timpano, anch’esso antico, ha una sonorità meno “rotonda” di uno strumento moderno ed infatti le Infinity non fanno alcunché per ringiovanire lo strumento. La restituzione di tutti i legni è chiara, pulita, lucida e nell’equilibrio tonale restituito si percepisce quanto gli archi gravi, in numero ridotto, diano il giusto contributo, ma che pochi sono e pochi restano. Piacevolissima la sensazione di grande spazio – anche in altezza – che questa registrazione contiene e che le Infinity restituiscono con facilità.
Ho ascoltato molti dei volumi delle Cantate di Bach nell’esecuzione del duo Harnoncourt/Leonhardt e devo dire che le differenze tra una ripresa e l’altra erano tutte molto evidenti. Le cantate dopo il numero BWV60 sono caratterizzate da un suono molto secco, a volte persino fastidioso, mentre le precedenti e quelle – sommariamente – dal BWV90 in poi riprendono ad essere più godibili. Resta il fatto che è raro percepire una così precisa collocazione degli strumenti, ma senza che appaiano mai puntiformi, come è capitato nell’ascolto della BWV51 Jachzet Gott in allen Landen, dove peraltro la soprano, sempre ascoltata con un eccesso di frequenze acute, risulta invece ben naturale attraverso le Prelude 40.
Nell’ascolto del pianoforte mi sono più e più volte domandato quale sarebbe stato il risultato se avessi ancora avuto a disposizione l’MA7000 di McIntosh. Le Infinity, per quanto le riguarda, hanno restituito le Variazioni di un Tema di Paganini di Rachmaninov (Vàsary – DGG) con grande rigore timbrico e mi hanno riportato alla mente l’ascolto di questo stesso disco fatto a suo tempo usando una sorgente Goldmund con testina Milltech. Il pianoforte è uscito corposo, mantenendo quella sensazione per tutta la sua estensione. L’orchestra, un po’ povera nella registrazione, non ha potuto che essere restituita leggermente indietro rispetto al pianoforte. E sempre con il pianoforte, i Quadri di Mussorgski, nell’esecuzione di Alfred Brendel su Philips restituiscono un pianoforte non troppo dilatato in larghezza – è la registrazione – ma concreto e “fisico” e senza mai nessuna forma di confusione, anche nei momenti più complessi e concitati.
Assolutamente non povera la restituzione della Quarta di Brahms nell’esecuzione di Makerrash su Telarc. Non storcete il naso, per favore; non è “la Quarta”, ma è una buona Quarta in cui si privilegia il fraseggio accurato e chiaro, a detrimento forse di quella sorta di inquietudine che pervade questa sinfonia -. Buona tutta la compagine orchestrale, con una dinamica di ampio respiro, mai costretta.
Devo dire che i primi giorni, l’utilizzo delle Infinity mi aveva lasciato un po’ perplesso. Benché già avessero in qualche modo lavorato – erano le stesse già viste al Milano hi-end scorso – molte cose inizialmente non mi convincevano. Il basso costipato, ma anche l’acuto, apparentemente poco esteso. Poi, con un po’ di lavoro la situazione si è allineata ed il risultato è stato molto positivo. Certo, resta il problema del basso che ha bisogno di particolari attenzioni quanto alla distanza dalle pareti, soprattutto le laterali; ma una volta trovata la giusta situazione, non sarà difficile godere di tanta musica. Intendiamoci, non sono perfette: ma in relazione al costo direi che offrono parecchio. E non si creda che le Infinity vanno bene solo con la musica classica; assolutamente no ed un ascolto attento di un lp dei Pixies me ne ha dato conferma. In quel caso, con quel particolare disco, la gamma bassa – proprio lei – si è confermata come l’atout di questo sistema, velocissima e anche piuttosto violenta (ed anche il finale mi ha ringraziato quando ho alzato il braccio, mentre la Polizia si avvicinava a sirene spiegate verso casa mia).
Ho provato a sostituire le punte in dotazione con altre punte, dotate di controdato per il serraggio; non mi è parso di notare differenze. Ho anche provato a mettere delle punte direttamente sotto il mobile ma, a parte i problemi di stabilità, ho rilevato come la gamma bassa diventasse senz’altro più veloce, ma anche meno naturale.
Insomma, direi che il rientro della Infinity è stato fatto con il piede giusto. Avevo già ascoltato le Prelude 40 a Zagabria, nel novembre scorso (2008), traendone una impressione più che positiva. Le ho poi ascoltate velocemente al Milano hi-end – con qualche riserva - e poi presso la Kenwood Italia; ma avendole tenute in casa, ho avuto la conferma che si tratta di un progetto centrato, con un buon lavoro di ricerca ed è peraltro venduto ad un prezzo che appare congruo rispetto alla diretta concorrenza.



2 commenti:

  1. Grazie, Domenico! Finalmente riesco a leggere la tua bellissima recensione... ;-)

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  2. Re-intervengo per confermare che sfortunatamente le Prelude 40 sono ormai considerate in via di esaurimento da Infinity. La produzione è terminata e nei vari magazzini in giro per il mondo ce ne sono ancora per soddisfare un po' di ordini dei distributori, ma poi finite queste, basta. Noi ad esempio non ne abbiamo più a magazzino.
    Se qualcuno volesse dotarsi di un prodotto "da collezione", che oltretutto suona come ha ben descritto Domenico, mi contatti che gliele ordiniamo appositamente.... ;-)

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